Marina Spadafora di Fashion Revolution Italia – intervista di Guido Mayall

Redazione

Io e Marina Spadafora ormai ci conosciamo da diversi anni. Lei è una designer e sustainability advisor, che da sempre lotta per una moda sostenibile.

Nell’ultimo periodo ho potuto approfondire cosa vuol dire moda sostenibile anche grazie al suo libro “La Rivoluzione Comincia dal Tuo Armadio” edito da Solferino, scritto insieme a Luisa Ciuni.

Marina gira il mondo e in alcuni casi viene seguita dal marito, il regista e produttore Jordan Stone.

Come produttore Jordan ha lavorato anche con Spike Lee, Sofia Coppola (con cui ha vinto il Leone d’oro a Venezia per Somewhere) e Mike Figgis per citarne alcuni. Lui segue con la telecamera Marina, e insieme ci portano alla scoperta di realtà sostenibili sparse per il mondo.

Marina Spadafora è anche coordinatrice di Fashion Revolution Italia, che fa parte di Fashion Revolution il più grande movimento mondiale per i diritti nel Fashion. 

Ma partiamo dall’inizio.

Da dove nasce la sua passione per la moda sostenibile?

La mia passione nasce in età molto giovane. 

Sono cresciuta in mezzo alla natura perché vengo da Bolzano e in Alto Adige dove in ogni zolla di terra nasce un fiore.

Alle medie ho avuto la fortuna di avere una Professoressa di italiano che mi ha insegnato cosa vuol dire la giustizia sociale e quindi mi ha introdotto a Martin Luther King JR., a Gandhi e ai personaggi chiave dei diritti civili. Da allora, dall’età degli undici anni, ho cominciato a parlare di sostenibilità.

Di cosa occupa Fashion Revolution?

Fashion Revolution nasce a Londra nel 2013, dopo il crollo del polo produttivo di Rana Plaza in Bangladesh, nel quale persero la vita 1138 persone e ci furono più di 2500 feriti.

È un movimento fondato da Orsola de Castro e Carry Sommers. 

L’obiettivo è creare consapevolezza nei consumatori del fatto che, ogni volta che noi spendiamo i nostri soldi, non solo vediamo il mondo che vogliamo, ma sponsorizziamo anche le aziende a cui noi diamo questi soldi. 

Quindi prima di sponsorizzare qualcuno che non è pulito o che non si comporta come ci comporteremo noi, dobbiamo informarci bene perché è importante.

Cosa possiamo fare noi nella vita di tutti i giorni per aiutare la moda circolare?

Cambiare le vostre abitudini di acquisto, evitando il fast fashion in primis e soprattutto distribuendo e parlando di questo messaggio di sostenibilità con i vostri coetanei, usando i vostri social media in maniera intelligente, visto che sono molto potenti.

Sul sito web di Fashion Revolution Italia abbiamo pubblicato la mappa del commercio sostenibile in Italia. Quindi, chi vuole, può visitare la mappa e magari decidere di comprare qualcosa che è stato fatto con principi più sani invece che cedere alla bulimia d’acquisto e all’impulso di trovare la cosa più facile, più cheap, che poi però purtroppo non ci teniamo, e si rovina e la buttiamo via. Anche questo è un altro problema perché così facendo creiamo molti rifiuti.

Secondo lei arriveremo mai a parlare di moda al 100% sostenibile?

Ci sono già esempi di moda 100% sostenibile, qui in Italia abbiamo l’esempio di Cangiari oppure anche di progetto Quid, che dà lavoro a diversamente abili e migranti utilizzando tessuti rimasti in magazzino con un’operazione di upcycling.

In America abbiamo l’esempio di Eileen Fisher, una stilista che si occupa di moda sostenibile dagli anni Ottanta. Ha aperto diversi negozi ed è riuscita a fare quello scaleup nel business della sostenibilità. Io sono andata a trovarla nelle loro fabbriche a New York ed è davvero bello vedere una realtà sostenibile cresciuta così tanto ma che riesce a mantenere fede ai suoi principi.

Ci sono tante realtà: Tiziano Guardini, Le Gallinelle per elencarne altre.

Intervista di Guido Mayall 

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