Il mondo della moda sta realmente cambiando o sta solo fingendo?

Redazione

Questo saggio raccoglie una serie di articoli, libri e contributi volti a esplicare come la pandemia abbia accelerato il processo di conversione ad un mondo più sostenibile per quanto riguarda il settore della moda. Verrà in particolare analizzata la dimensione ambientale dal punto di vista del consumatore. L’analisi verterà però su un punto cruciale: il sistema moda sta realmente cambiando il proprio modo di operare oppure sta applicando solo stratagemmi, come il Greenwashing, cavalcando l’onda nata al largo dell’oceano pandemico?

Etico, green o reale?

In un mondo ormai stravolto da una pandemia, tra tutte le difficoltà che ci siamo trovati ad affrontare forse quello della sostenibilità era l’ultimo al quale avremmo mai pensato.

La moda in principio si basa su concetti che nulla hanno a che vedere con valori che ora definiremmo etici. Walter Benjamin, Kant, Socrate, ci parlano di moda con accezione negativa fino ad arrivare a  Lipovetsky che la definisce “trionfo incontrastato dell’effimero” .

Negli anni però sono stati fatti dei passi in avanti e oggi ci troviamo qui a cercare di capire come, un sistema volto allo spreco, possa adeguarsi a un ambiente che sempre di più implora la nostra pietà.

Ogni prodotto moda fa parte di una catena, che prevede: creazione, uso e smaltimento.

Negli ultimi decenni però la fase che va dall’uso allo smaltimento è stata di gran lunga abbreviata per favorire l’acquisto di nuovi prodotti, con un impatto ambientale notevole.

In Cile, nel deserto di Atacama, finiscono tonnellate di vestiti; alcuni vengono acquistati ma molti altri finiscono abbandonati nel deserto generando inquinamento.

A questo punto ci si chiede, ancora di più oggi, se non si possano utilizzare materiali riciclabili che facciano quindi compiere il passo dal modello “Cradle to Grave” al modello “Cradle to Cradle”.

Un’alternativa potrebbe essere la plastica PET, la quale viene utilizzata per dare vita a nuovi capi d’abbigliamento.

Ma facendo una rapida ricerca, emergono subito dati contrastanti: la sua lavorazione richiede l’uso di grossi quantitativi di acqua e petrolio e una volta terminato il ciclo di vita del prodotto esso non è biodegradabile. 

La plastica PET quindi è green? La risposta è no. Io da consumatore, ora consapevole, acquisterei abiti creati con la plastica PET?  La risposta è nuovamente no.

Cerchiamo di andare oltre quindi, essendo noi consumatori e quindi non potendo entrare direttamente sul controllo della supply chain di un prodotto, quali alternative abbiamo?

Giorgio Armani, a inizio pandemia, manifestò il suo pensiero sul concetto di “rallentare”.

La moda ha bisogno di ritornare a un timing più lento e più umano, egli sostiene.

Nel suo discorso, vi è poi un invito, ai suoi colleghi, ad abbandonare le sfarzose sfilate che creano sì audience, ma anche spreco e grosso impatto ambientale.

Tutto molto bello se non fosse che poi, a distanza di pochi mesi da queste parole, lo stesso Armani ha organizzato una sontuosa sfilata cruise a Dubai, in occasione delle sue One Night Only.

Qui nuovamente mi pongo delle domande; questi valori ai quali ci si è appellati inizialmente, sono stati poi mantenuti nel corso del tempo? Purtroppo mi trovo costretta a dare nuovamente una risposta negativa.

Computer alla mano, continuiamo a indagare.

Possiamo informarci per esempio sulle condizioni dei lavoratori dei paesi produttori di abbigliamento e dello stato ambientale dei paesi coinvolti.

Un aiuto ci viene offerto dal Fashion Trasparency Index, indice che mostra come i principali brand di moda si stanno adoperando nel mostrare e rendere tracciabile la loro catena di produzione.

Osservando il sito “Fashion revolution”, promotore del Fashion Transparency Index, capiamo rapidamente di cosa si occupa questo indice, ma un frase cattura subito la mia attenzione, ed è la seguente:

Transparency is not to be confused with sustainability. However, without transparency, achieving a sustainable, accountable, and fair fashion industry will be impossible.

In queste poche parole trovo la risposta a molte delle mie domande presentate precedentemente: non potremmo mai avere un mondo sostenibile senza mostrare i nostri peccati.

Un altro strumento utile proviene dal Global Reporting Initiative (GRI) il quale ha lo scopo di definire i parametri di rendicontazione della sostenibilità; purchè diventi però uno standard obbligatorio e non solo uno strumento di marketing, sia chiaro.

Attualmente non essendoci vincoli, le aziende possono scegliere autonomamente come redigere il loro bilancio andando a occultare quelle voci considerate scomode.

Vedere, con trasparenza, come le aziende si muovono per ridurre il loro impatto ambientale è lo strumento di cui ogni consumatore ha bisogno per compiere scelte sostenibili.

Dopo aver analizzato alcuni opzioni utili a poter calibrare la nostre scelte, siamo in grado di rispondere alla domanda iniziale? il mondo della moda sta cambiando o sta attuando politiche persuasive di per sé inconcludenti?

Conclusioni 

La pandemia sembrava aver scatenato in noi la voglia di vivere in un mondo più “pulito”, desiderosi di cambiamenti, ma questi stessi desideri non sono attualmente supportati da fatti concreti.

Oltre alle parole PET, riciclo, riuso, emergenza climatica, transizione ecologica, cosa abbiamo fatto di concreto?

L’indice di trasparenza può funzionare a patto che sempre più aziende decidano di mettersi a nudo e lo stesso vale per il bilancio sociale.

Dopo questa breve ma incisiva analisi emerge che attualmente è stato fatto molto poco di concreto e l’unico modo che abbiamo noi consumatori per agire è quello di rallentare, ma rallentare sul serio.

La moda ha la necessità di tornare a essere desiderata, abbandonando il concetto di “must have” e abbracciando il “nice to have”. 

E allora cosa ce ne facciamo di un mondo che preferisce cavalcare l’onda invece di andare controcorrente?

Noi consumatori siamo solo apparentemente soggetti passivi di questo processo ma decidendo di rallentare sottrarremmo la benzina che alimenta il fuoco dello spreco.

E allora sì che avrebbe un senso parlare di valori etici.

Riferimenti

Bolelli Gianluca, 2021. Nel deserto di Atacama, il cimitero tossico della moda usa e getta. (s.l.). Disponibile su: https://it.fashionnetwork.com/news/Nel-deserto-di-atacama-il-cimitero-tossico-della-moda-usa-e-getta,1350777.html

Culligan. L’impatto ambientale della plastica: la produzione e lo smaltimento. (s.l.). Disponibile su: https://www.culligan.it/limpatto-ambientale-della-plastica-la-produzione-lo-smaltimento/

Fashion Revolution, 2021. Fashion Trasparency Index 2021. (s.l.). Disponibile su: https://www.fashionrevolution.org/about/transparency/

Flaccavento Angelo, 2021. Giorgio Armani colora la notte di Dubai con la sua sfilata-evento. [online]. Disponibile su: https://www.ilsole24ore.com/art/giorgio-armani-colora-notte-dubai-la-sua-sfilata-evento-AEq4hns?refresh_ce=1

GRI standards, 2021. (s.l.).  Disponibile su: https://www.globalreporting.org/how-to-use-the-gri-standards/gri-standards-italian-translations/

Kotler P., Pozzoli R., Stigliano G., (2021). Onlife fashion, 10 regole per un mondo senza regole. (s.d.). Milano: Ulrico Hoepli Editore S.p.a.

Lagatta Elisa, 2019. Filosofia della moda: da prigione dell’anima a trionfo dell’effimero. (s.l.). Disponibile su: https://www.ilsuperuovo.it/filosofia-della-moda-da-prigione-dellanima-a-trionfo-delleffimero/

Mania Roberto, 2021. “Una rivoluzione verde”, il programma di Draghi per cambiare l’Italia. [online]. Disponibile su: https://www.repubblica.it/economia/2021/04/22/news/una_rivoluzione_verde_il_programma_di_draghi_per_cambiare_l_italia-301055758/

Scuri Elisabetta, 2021. Giorgio Armani e la moda sostenibile, storia e pensieri. (.s.l.) .Disponibile su: https://www.lifegate.it/giorgio-armani-biografia-vita-attivita-imprenditoriali

Uniqlo, 2020. Ecco il pile che nasce dalla plastica riciclata. (s.l.). Disponibile su: https://www.uniqlo.com/it/it/news/topics/2020100901/

Francesca De Somma

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